Il ritorno

Il sesto episodio di Fermata Nanterre racconta la storia di Yasmine Djamai. Yasmine, 19 anni, è una studentessa e fa parte di quelle che chiamiamo terze generazioni. A sessant’anni dal viaggio di suo nonno dall’Algeria a Nanterre, raramente si è sentita straniera nel suo paese. Il senso di esclusione però rimane e deriva dal luogo dove è nata e cresciuta, a cui viene costantemente associata: la banlieue francese. Accanto a casa di Yasmine, sorgono oggi nuove bidonvilles che vengono costantemente demolite, ricostruite, ridemolite. Sono passati settant’anni dalle politiche sociali e urbane che hanno creato le periferie, ma la migrazione resta emergenza, precarietà e marginalità.

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Gli scatoloni

L’episodio 5 di Fermata Nanterre racconta la storia di Mabrouka Lahbairi. Mabrouka è l’ultima inquilina ad aver lasciato la sua cité de transit, la Cité des Potagers (degli orti) a Nanterre, costruita tra un ramo dell’autostrada che porta a Parigi e un magazzino. Questo grand ensemble doveva costituire una soluzione temporanea di due, tre anni in attesa di una sistemazione in un alloggio popolare, ma è stato demolito con quarant’anni di ritardo. Il rapido processo di gentrificazione che subisce oggi la città di Nanterre sta cancellando le ultime tracce dell’epoca che i suoi abitanti vi hanno raccontato. La demolizione si trasforma allora nell’occasione giusta per far conoscere la storia della cité des Potagers e riflettere sul ruolo della memoria.

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Le torri

Il quarto episodio di Fermata Nanterre racconta la storia di Wahid e Mohamed, due abitanti della Cité Picasso. A pochi passi dal quartiere finanziario della Défense, la Cité Picasso delimita la frontiera tra centro e banlieue ed è uno dei cosiddetti “quartieri caldi” della periferia parigina. Non è un caso se porta il nome del pittore: nel tentativo di abbellire la periferia, l’architetto Émile Aillaud ha progettato per questo quartiere di Nanterre decine di torri colorate su cui sono rappresentati un cielo color pastello e delle nuvole bianche e rosa. Per Wahib e Mohamed, però, questo non fa che contribuire alla stigmatizzazione della banlieue. Le torri e le barre detti grand ensemble avrebbero dovuto rappresentare una soluzione all’emergenza abitativa di quegli anni, ma si sono trasformati nel simbolo dell’esclusione sociale.

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La cité

Il terzo episodio di Fermata Nanterre continua con la storia di Ahmed Djamai, a cui viene promesso un tetto come alternativa alla baracca dove ha vissuto 18 anni, distrutta dalle ruspe. Smantellate le bidonvilles di Nanterre, Ahmed viene fatto trasferire in una cité de transit, letteralmente "città di transito", una soluzione temporanea per quelle famiglie a cui non si riesce a trovare un alloggio in casa popolare. Nelle cité de transit, costruite in tutta fretta all'inizio degli anni '70, vengono riprodotte le logiche del dominio coloniale. Gli algerini sono educati a "vivere in maniera moderna", controllati da un guardiano che molto spesso è un ex militare. Le cité de transit restano in piedi molto più a lungo del previsto, ed è in queste strutture fatiscenti che affondano le radici della banlieue francese. La segregazione sociale e urbana avanzano di pari passo.

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La bidonville

Il secondo episodio di Fermata Nanterre racconta la storia di Ahmed Djamai, nato e cresciuto nelle bidonvilles che per anni hanno circondato la capitale francese. Suo padre lavora nei cantieri edili e fa parte del movimento per l'Algeria indipendente. Cresciuto nei sobborghi di Parigi, Ahmed si sente straniero, ma scopre di essere francese a diciotto anni quando viene chiamato a prestare servizio militare sotto il tricolore francese. All'inizio degli anni '60, durante la guerra d'Algeria, il Fronte di Liberazione nazionale per l'indipendenza del paese nordafricano si organizza anche nelle bidonvilles di Nanterre, dove le incursioni della polizia sono all'ordine del giorno. Solo allora lo Stato decide di farsi carico delle baraccopoli, che non costituiscono più solo un problema di emergenza abitativa, ma diventano una questione di sicurezza pubblica.

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La partenza

Il primo episodio di Fermata Nanterre racconta la storia di Brahim Benaicha e del suo arrivo in Francia nel 1955. Originario di Guemar, una cittadina nella zona desertica del sud-est dell’Algeria coloniale, Brahim parte per seguire suo padre, assunto da Citroën a Parigi. Da bambino immaginava la Francia metropolitana come la terra del benessere e dell'abbondanza, l'eldorado europeo. Quando atterra all'aeroporto di Bourget scopre però che dovrà dormire in una baracca, al freddo, nella bidonville di Nanterre. La sua storia, che l'autore racconta nel libro "Vivre au paradis, d'une oasis au bidonville" (edizioni Ddb), assomiglia a quella di tante famiglie algerine che lasciano il paese negli anni del dopo guerra per raggiungere un padre, un fratello, un figlio assunti come operai in Francia.